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REGISTRO DE OBRAS

La pietra di Sisifo per la Redazione del Blog

VERSIONE SPAGNOLA

Ci sono giorni in cui portare l'acqua alle piante vicine diventa una spedizione difficile e tremante.
Non perché le piante siano lontane. Ma perché il corpo non è più lo stesso da quella mattina in cui il suolo rotto di un marciapiede si è mosso sotto i miei piedi.
Un istante. Solo un istante. Appena pochissimi secondi...
E tredici mesi dopo, eppure, quell'istante continua a essere presente. Nel collo che scricchiola. Nel capogiro che compare senza preavviso. Nell'instabilità che trasforma ogni passo in una negoziazione con il proprio corpo. Nel dolore notturno che interrompe il sonno e ricorda, con puntualità implacabile, che qualcosa è cambiato quel giorno. Nel contrarsi ad afferrare un mobile, nell'appoggiarsi alla parete, nello stringersi forte alla ringhiera delle scale. E senza abbassare la testa, altrimenti il capogiro diventa insopportabile.
Sisifo spingeva la sua pietra. La pietra cadeva. E ricominciava da capo.
Ciò che nessuno racconta di questo mito è ciò che accade tra una salita e la successiva. Il tempo in cui la pietra è a terra e Sisifo la guarda, sapendo ciò che lo aspetta. Quel tempo — quel peso anticipato — è forse la parte più difficile.

Stendere i panni. Annaffiare le piante. Camminare senza calcolare ogni passo, senza temere di cadere o di sembrare reduce da una festa di eccessi. Dormire senza svegliarsi per il dolore. Cose che prima non avevano un nome perché non avevano bisogno di averlo. E che ora costano ore di riposo forzato a ogni episodio che irrimediabilmente si ripete. dover cancellare impegni perché l'unica opzione rimasta è rifugiarsi al sicuro in casa...Non si tratta solo di dolore fisico, ma dei limiti nell'attività nel laboratorio, lo studio, la lettura e persino l'atto di scrivere.

Il pavimento che si muove sotto i piedi di qualcuno che sta semplicemente camminando non dovrebbe esistere.MARCIAPIEDE 1

Tanto meno in un giorno in che la felicità era arrivare in una biblioteca a riconsegnare l'ammirato

Michelangelo.

Ma quando questo problema esiste e si trova in troppe zone della stessa città — e quando nessuno sembra avere fretta di riconoscerlo — la pietra diventa ancora più pesante.

Tredici mesi equivalgono a 9.496 ore di incertezza, farmaci, esami, dolore e frustrazione.

"A buon intenditore, poche parole".

 

Il gesto della disperazione per la morte di Meleagro su un sarcofago romano ha ispirato Nicola Pisano e Giotto per la SNS News

"Il gesto della disperazione" nell'arte europea, rappresentato da una figura con il busto proteso in avanti e le braccia gettate all'indietro a significare un profondo strazio, è al centro di una mostra a Milano presso la Fondazione Luigi Rovati, a cura di Salvatore Settis, alla quale ha dato un importante contributo paleografico la professoressa Giulia Ammannati (l'esposizione è visitabile dal 13 maggio al 2 agosto 2026).

Il gesto compare nell'arte classica, in vari contesti, compresa una serie di sarcofagi con il mito della "Morte di Meleagro".

Uno di questi (ca. 170-180 d.C.), appartenente alla collezione milanese Brenta-Torno, è al centro della mostra: si tratta di un pezzo di assoluto pregio, perché è probabilmente la fonte che ispirò prima Nicola Pisano (Pergamo del Duomo di Siena, ca. 1265) e poi Giotto (Compianto sul Cristo morto nella Cappella degli Scrovegni, ca. 1305).

«Fra il 1200 e il 1300 riemerge nell'arte questo gesto, che si era eclissato per mille anni dopo l'antichità classica – spiega

Giulia Ammannati, professoressa di paleografia alla Normale. Già nel secolo passato si era dubitativamente indicato il

sarcofago Brenta-Torno come possibile fonte per il recupero di Nicola e Giotto, ma senza troppe prove, se non il fatto che il

pezzo fosse attestato a Firenze alla fine del 1400.A compianto sul cristo morto26

Su questo sarcofago si è scoperta di recente un'iscrizione medievale, della seconda metà del 1200,

che ho studiato e datato, e che conferma in modo forte che sia proprio questo il modello di Nicola e

Giotto.

Si può finalmente dimostrare, infatti, che negli anni in cui operavano i due artisti il sarcofago era

accessibile, essendo stato riutilizzato come sepoltura familiare. L'iscrizione (rimasta incompleta)

recita: 'Sepulcrum filiorum' (Sepolcro dei figli)».

La mostra di Salvatore Settis, professore emerito ed ex Direttore della Scuola Normale, ricostruisce così in concreto la storia del recupero di un antico gesto di pathos, rimasto inutilizzato per mille anni dopo la classicità, riesumato da Nicola Pisano e Giotto e poi di lì arrivato ininterrottamente fino alla Guernica di Pablo Picasso.

De: SNS News, Giugno 2026. Foto: sns.it. Traducción: Redacción del Blog)

...work in progress!

Scoperto nell’Oceano Indiano il più profondo ed esteso cimitero di balene mai ritrovato per UniPisa News

NdR: Nos complece compartir esta publicación del 10 de Junio, y felicitamos a Alberto Collareta que es parte de estaA Diamantina necropolis26

investigación.

Lo studio, pubblicato su "Nature" vede la partecipazione dei paleontologi dell'Università di Pisa e documenta lo straordinario accumulo di resti di cetacei formatosi in oltre cinque milioni di anni in una fossa oceanica.

Uno straordinario accumulo di resti di cetacei, formatosi nell'arco di oltre cinque milioni di anni, è stato scoperto sul fondale della Fossa Diamantina, nell'Oceano Indiano sud-orientale. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature e realizzato con il contributo dei paleontologi dell'Università di Pisa, documenta quello che è stato identificato come il deposito di resti di balene più profondo e più esteso mai rinvenuto al mondo.

La scoperta è il risultato di numerose immersioni effettuate dal batiscafo cinese Fendouzhe tra i 4.600 e i 7.000 metri di profondità nella Fossa Diamantina, una delle depressioni oceaniche più profonde del pianeta. A FOSA D

Le fosse oceaniche, che possono raggiungere quasi 11.000 metri di profondità, sono infatti tra gli ambienti più estremi, meno esplorati e più misteriosi della Terra. Le esplorazioni hanno rivelato un'inaspettata abbondanza e diversità di scheletri di balene, sia fossili che recenti, distribuiti lungo oltre 1.200 chilometri di fondale oceanico.

Molte carcasse sono ancora in fase di decomposizione e ospitano comunità di organismi altamente specializzati, in gran parte sconosciuti alla scienza, che si nutrono della materia organica trasportata sui fondali dalle balene affondate, compresa quella conservata all'interno delle ossa.

Lo studio dei reperti ossei è stato condotto dai paleontologi Giovanni Bianucci e Alberto Collareta del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa: «La maggior parte dei resti scheletrici – spiega Bianucci – appartiene agli zifidi, cetacei che si immergono a grandi profondità per cacciare, ed è costituita soprattutto di rostri, cioè la parte anteriore del cranio, più resistente alla degradazione nel tempo. Inoltre, molti di questi resti sono ricoperti da una spessa incrostazione ferromanganesifera che ne ha favorito la conservazione.

Numerosi rostri appartengono a due specie attuali, il mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon  A Whale cemetery 26

bowdoini) e il mesoplodonte di Layard (Mesoplodon layardii), ma sono presenti anche specie

fossili, tra cui Pterocetus diamantinae, la nuova specie dedicata proprio a questa fossa oceanica».

«Le datazioni basate sugli isotopi dello stronzio – aggiunge Collareta – indicano che i resti delle specie ancora viventi sono i più recenti (da 1,2 milioni di anni fa a oggi), mentre quelli delle specie fossili risalgono a un intervallo compreso tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa.

Questi dati non solo confermano le nostre identificazioni, ma dimostrano che ci troviamo di fronte a uno straordinario giacimento fossile, attivo da oltre 5 milioni di anni e ancora alimentato dalla continua deposizione di carcasse sui fondali profondi».

«Questi risultati – conclude Bianucci – ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei e mettono in evidenza l'enorme potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l'evoluzione dei cetacei nel tempo geologico».
La ricerca è stata sviluppata nell'ambito del Global Hadal Trench Exploration Program (GHEP), un progetto internazionale che mira ad ampliare la conoscenza della geologia, della biologia e degli ambienti delle zone oceaniche più profonde della Terra (tra 6.000 e 11.000 metri).

Nell'ambito di spedizioni interdisciplinari, i ricercatori utilizzano tecnologie avanzate, tra cui batiscafi con equipaggio e veicoli autonomi subacquei (AUV). L'istituzione capofila del programma è l'Institute of Deep-Sea Science and Engineering della Chinese Academy of Sciences. Il comitato direttivo del GHEP è composto da 11 ricercatori provenienti da altrettanti Paesi, tra cui l'Italia, rappresentata da Giovanni Bianucci dell'Università di Pisa.

(Fuente: Pisa News, 10 de Junio 2026. Fotos: Google)

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